Accettare o rinunciare all’eredità

A seguito del decesso dei nostri cari, nostro malgrado, occorrerà necessariamente pensare anche agli aspetti terreni.

Con la scomparsa del nostro parente, entro i successivi dodici mesi, deve essere presentata all’Agenzia delle Entrate competente per territorio la dichiarazione di successione in cui sono dichiarati tutti i beni del de cuius, il cosiddetto “attivo” (immobili, danaro, conti correnti, quote ecc.), e i suoi rapporti debitori, il cosiddetto “passivo” (mutui, finanziamenti, debiti con terzi, equitalia ecc.).

Sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione (dati forniti dal sito dell'Agenzia delle Entrate):

^gli eredi, i chiamati all'eredità e i legatari (purché non vi abbiano espressamente rinunciato o - non essendo nel possesso dei beni ereditari - chiedono la nomina di un curatore dell’eredità, prima del termine previsto per la presentazione della dichiarazione di successione) o i loro rappresentanti legali;

^i rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;

^gli immessi nel possesso dei beni, in caso di assenza del defunto o di dichiarazione di morte presunta;

^gli amministratori dell’eredità;

^i curatori delle eredità giacenti;

^gli esecutori testamentari;

^i trustee.

La presentazione della dichiarazione di successione non è necessaria se nell’attivo non vi sono beni immobili, e se vi sono solo beni mobili (denaro, conti correnti ecc) il cui valore complessivo non supera l’importo di Euro 100.000,00.


Ma il dubbio del chiamato all’eredità, spesso, è quello di non sapere se l’ammontare dell’attivo è superiore o inferiore a quello del passivo ereditario e, pertanto, di non avere la certezza di accettare o meno l’eredità.

In linea generale, in caso di morte di una persona, in assenza di suo testamento, si apre la successione legittima regolata, appunto, dalla legge, e precisamente dall’art. 565 e seg. c.c., che individua le categorie dei successibili ovvero dei chiamati all’eredità.

Il chiamato all’eredità, inteso in questo contesto una persona fisica, maggiorenne, capace e che non è nel possesso dei beni, non assume la qualifica di erede fin quando non accetta l’eredità. La presentazione della successione è un obbligo fiscale e può (deve) essere presentata anche dal chiamato all’eredità, come sopra detto.

La differenza nozionistica tra chiamato all’eredità ed erede è la seguente: il primo è colui a cui la successione legittima viene devoluta e che per legge viene chiamato ad accettare l’eredità;  il secondo è colui che, chiamato ad accettare l’eredità, l’accetta e ne diventa erede. Gli effetti dell’accettazione dell’eredità retroagiscono alla data di morte

 

La differenza effettiva e tangibile, invece, è che il primo (chiamato), se non è nominato il curatore dell’eredità, può compiere solo degli atti specifici quali individuati dall’art. 460 c.c. e non ha altro diritto per la gestione o la disposizione del patrimonio relitto, mentre il secondo (erede), una volta accettata l’eredità ne diventa proprietario con tutti i rischi e conseguenze. 

Entro i dieci anni dalla morte del de cuius, pertanto, il chiamato può accettare l’eredità puramente e semplicemente, accettarla col beneficio dell’inventario o rinunciarvi.

Vediamo in linea generale quali sono le differenze:

 - - l’accettazione dell’eredità pura e semplice viene effettuata dal chiamato quando ha la contezza del patrimonio del de cuius, con la consapevolezza, pertanto, che a carico dell’eredità non ci sono pesi od oneri, o che quelli che ci sono non superano il valore dell’attivo. Infatti quando il chiamato all’eredità diventa erede puro e semplice il suo patrimonio si confonde con quello del de cuius, e i creditori del de cuius potrebbero soddisfare il loro credito anche agendo sui beni personali dell’erede. Una volta accettata l’eredità, e pertanto  assunta la qualifica di erede, non vi è più possibilità di rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio d’inventario (“semel heres, semper heres”, una volta erede, erede per sempre). 

Tale accettazione può essere espressa o tacita.

L’accettazione espressa, prevista dall’art. 475 c.c. si ha “….quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all'eredità ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede”. Avviene quando il chiamato accetta direttamente ed apertamente l’eredità con regolare atto davanti al notaio o al Cancelliere del competente Tribunale, oppure quando il chiamato compie un atto dichiarando di compierlo nella qualità di erede del de cuius. 

L’accettazione tacita, prevista dall’art.476 c.c., è “….quando il chiamato all'eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”. Stante la portata generale della norma, se non si è certi di accettare l’eredità, bisogna stare molto attenti a compiere atti o fatti a nome del de cuius, o a detenere il possesso dei suoi beni (vi è stata nel passato una sentenza di Cassazione che dichiarava Tizio erede di Caio per il semplice fatto di aver presentato la voltura catastale della dichiarazione di successione).

- - l’accettazione dell’eredità col beneficio dell’inventario è prevista dall’art. 484 c.c. e seguenti, e “….si fa mediante dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere….” del Tribunale competente “….in cui si è aperta la successione….”; è possibile farla entro i dieci anni dall’apertura della successione, fatta eccezione se si è in possesso dei beni relitti in quanto il termine, in questo caso, si riduce a tre mesi e se non viene effettuata entro detto termine si assume la qualifica di erede puro e semplice.

 

All’atto di accettazione dell’eredità beneficiata il chiamato all’eredità diventa erede beneficiato; il suo patrimonio resta separato da quello del de cuius e i creditori di quest’ultimo potranno soddisfare il loro credito solo agendo sui beni relitti e non su quelli dell’erede. Tale posizione dell’erede, però, comporta una serie di adempimenti successivi e necessari, nonché spesso costosi.

Entro i successivi tre mesi dall’accettazione, prorogabili solo una volta e solo dal Tribunale competente, occorre procedere necessariamente all’inventario – se non fatto prima dell’accettazione - dell’attivo e del passivo dell’eredità del de cuius, pena la perdita della qualifica di erede beneficiato e l’assunzione automatica di quella di erede puro e semplice. Nell’inventario dovranno essere elencati analiticamente tutti i beni del de cuius, intesi quali beni immobili e beni mobili di qualsiasi tipo, specie e  e natura, nonché valutarli singolarmente, anche con l’ausilio di un esperto stimatore. Si dovranno altresì elencare analiticamente tutti i debiti del de cuius con i  rispettivi valori. Stante le operazioni a volte complesse, l’inventario può essere sospeso e ripreso più volte.

Terminato l’inventario, che deve essere fatto dal notaio o dal Tribunale competente, si dovrà procedere alla soddisfazione degli eventuali creditori del de cuius con le procedure analiticamente individuate dalle norme codicistiche.

Fino a quando non saranno soddisfatti tutti i creditori, l’erede beneficiato non potrà effettuare atti od operazioni sul patrimonio relitto se non previa autorizzazione giudiziaria, pena la decadenza del beneficio dell’inventario e l’assunzione della qualifica di erede puro e semplice.

- - la rinuncia all’eredità è prevista dall’art. 519 c.c. e “…deve farsi con dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere…” del Tribunale competente “…in cui si e' aperta la successione…”; è possibile farla entro dieci anni dall’apertura della successione, se non si è nel possesso dei beni.

La quota ereditaria che sarebbe spettata al rinunciante si accrescerà, pertanto, agli altri coeredi del de cuius, salvo il diritto di rappresentazione previsto dall’art. 467 c.c. e seguenti, che “fa subentrare i discendenti legittimi nel luogo e nel grado del” rinunziante. Pertanto, p.e., muore Tizio che chiama a sé superstiti i figli Caio e Sempronio; Caio rinunzia all’eredità. Se Caio non ha figli la sua quota si accresce al fratello Sempronio, che, pertanto diventerebbe unico chiamato o erede; se invece Caio ha figli, il diritto di accettare l’eredità si trasmette per “rappresentazione” ai suoi figli i quali subentreranno negli stessi diritti successori che il padre aveva prima della rinuncia. Caio potrà sempre revocare la sua rinuncia, anche con una semplice accettazione espressa, entro i dieci anni dalla morte del de cuius, sempre che, però, i figli non abbiano a loro volta già accettato l’eredità.

 

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